Gunter PauliSiamo qui per parlare con Gunter Pauli, economista attivista fondatore di Zeri e molto altro ancora. Uno degli argomenti che dobbiamo affrontare è la Blue Economy, uno dei temi di questa edizione di Ecoshow e il tema del suo ultimo libro, stampato in Italia da Edizioni ambiente.

La Blue Economy è qualcosa in più della green Economy. Può spiegare?

Prima di tutto grazie per avermi permesso di essere qui a condividere queste riflessioni. La Blue Economy è sostanzialmente un’evoluzione della green Economy; in molti abbiamo cercato di creare un’economia verde, un’economia fatta di prodotti e consumi sostenibili.
Dopo molti anni di lavoro mi sono convinto che tutto quello che è buono per l’ambiente e per la nostra salute, è anche costoso.
Come si può costruire un sistema economico in cui solo i ricchi possono permettersi di spendere e rispettare l’ambiente mentre per gli altri , sostanzialmente, resta l’economia “sporca”… non posso essere d’accordo.
Mi sono detto che, con tutti i limiti imposti dall’ecosistema del pianeta, uno dei beni per i quali non abbiano limiti è la nostra creatività ed è su questa che ci dobbiamo basare per introdurre innovazioni che non portino solo nuove tecnologie, ma anche nuovi modelli economici. Questo è la Blue Economy: un sistema che non si basa solo sull’innovazione, ma anche su nuovi modelli produttivi che cambiano il nostro modo di guardare alla produzione e ai consumi. Ed è questo che vogliamo fare: vogliamo essere certi che i prodotti migliori siano anche i più economici. Che ciò che compriamo contribuisca alle esigenze fondamentali di tutti, che i prodotti e i servizi che acquistiamo regolarmente contribuiscano alla costruzione di un capitale umano. E’ un approccio completamente nuovo, fresco, di cui abbiamo urgente bisogno. Oggi tutto quello che i governi e le dirigenze riescono ad immaginare sono austerità e tagli dei costi. Ma questo non è possibile. Dovremmo evolvere, come fa la natura, dalla penuria alla sufficienza e all’abbondanza. La natura evolve sempre verso l’abbondanza. E noi in un momento di crisi riusciamo solo a pensare a fare meno, mentre dovremmo trasmettere alla gente il messaggio di fare di più con quello che abbiamo.

E’ il messaggio che viene dalla Natura

La natura è un incredibile fonte di ispirazione, perché ci mostra che col tempo usando soluzioni creative è sempre possibile evolvere verso il meglio. Pensiamo per esempio al problema dell’occupazione. In Natura non esiste disoccupazione, tutti contribuiscono al meglio delle loro possibilità. E se parliamo di materie prime, non esistono scarti o inquinamento. O meglio, ciò che è scarto per qualcuno è sempre materia prima fonte di energia per qualcun altro
In questo modo, ci rendiamo conto che possiamo sfruttare a cascata nutrienti, energia e materiali. Ma c’è di più. La natura continua a semplificare il modo in cui produciamo e consumiamo. Pensiamo a quanti apparecchi oggi abbiamo che non servono. La Natura ci insegna come farne a meno. Questo è un approccio nuovo e interessante. Pensiamo per esempio alle pile: in Natura tutto è basato sull’elettricità ma non esistono pile, non esistono reti o generatori a metano o petrolio. Ma in natura tutto è alimentato con energia elettrica. Interessante, no? Come è possibile? Noi abbiamo bisogno di batterie inquinanti, di estrarre litio dalle miniere per produrle, di estrarre il rame necessario per le reti, di produrre energia nucleare che pone il problema delle scorie.
La natura è basata prima di tutto su un sistema a cascata interconnesso, e ci insegna a fare molto di più con meno, ad eliminare anche quello che ci sembra indispensabile come le pile, filtri, sistemi osmotici e tutte quelle apparecchiature che continuiamo a utilizzare e gettare via.

Hai citato i rifiuti. Usare i rifiuti come materia prima è uno dei concetti basilari della Blue Economy, insieme a quello di “delocalizzazione”.

Il concetto stesso di rifiuto è un invenzione umana. Nei sistemi naturali nessuno produce qualcosa che non serve a nessuno. Rendetevi conto… siamo così intelligenti e produciamo cose che non servono. E ci chiamiamo homo sapiens… sapiens… avrebbe più senso definirci homo non sapiens Non abbiamo idea di quello che stiamo facendo. Prendo come esempio uno dei progetti che stiamo sviluppando in giro per il mondo, di cui sono molto orgoglioso. Un progetto basato sull’utilizzo degli scarti di caffé. Quando beviamo una tazza di caffé utilizziamo, ingeriamo solo lo 0,2% della biomassa raccolta da un agricoltore in Kenia o Colombia. Il resto, il 99,8% è gettato via. Ma non è materiale di scarto. Adesso ci sono più di 20 città in tutto il mondo in cui questi scarti vengono utilizzati per coltivare funghi shitake, un alimento di alta qualità privo di colesterolo e di acidi grassi saturi. Funghi che vengono prodotti direttamente in città; in questo modo possiamo metterli sul mercato ad un prezzo che è la metà rispetto a quello dei funghi che arrivano dalla Cina. Non è interessante? In questo modo in città si creano posti di lavoro producendo cibo sano a prezzo contenuto. Questa è la Blue Economy: fare di più con quello che abbiamo. Ma una volta creato questo sistema, dopo aver raccolto i funghi coltivati sugli scarti, resta comunque del materiale di scarto. Ma non si tratta di uno scarto, bensì di un prodotto ricco di aminoacidi che può essere utilizzato come alimento per cani e gatti, o per gli animali da cortile. Voglio dire che quando si hanno risorse e ne prendi ciò di cui hai bisogno anche i prodotti di scarto sono utili a qualcuno. Questo è un concetto base del nostro approccio all’economia.
Facciamo un altro esempio. Le bucce di arancia. Se siamo così fortunati da avere la mamma che al mattino ci prepara la spremuta di arancia, avanzano delle bucce. Questi scarti sono ricchi in d-limonene, un ottimo detergente che può essere usato per lavare biancheria o per lavarci le mani e che non rimane attivo a lungo. Così quando bevo la spremuta posso anche lavare i panni: tutto quello che devo fare è spremere il d-limonene dalle bucce. Ma chi ci pensava? Devo confessarvi che quando ho fatto per la prima volta questa proposta in Europa, sedici anni fa, la maggior parte dei miei interlocutori mi ha considerato un po’ fuori di testa. Ma oggi in Brasile ci sono otto stabilimenti che fanno proprio questo, un altro stabilimento è stato appena aperto in Messico e ora siamo in trattative con importanti produttori di succo d’arancia. In questo modo, invece di utilizzare per detergenti quell’orribile olio di palma, un materiale che è stato presentato come biodegradabile ma che ha distrutto le foreste tropicali, possiamo utilizzare questo prodotto estratto dagli scarti degli agrumi, produrre detersivi meno dannosi per l’ambiente e produrre molti più posti di lavoro. Mi chiedo sempre come sia stato possibile sopportare per anni, decenni, che le innovazioni introdotte nella nostra società servissero a eliminare posti di lavoro. E ora è sempre più difficile trovare lavoro perché siamo stati così efficienti da diventare inefficienti: non stiamo sprecando solo gli scarti, stiamo sprecando un terzo della nostra gioventù e questo è immorale: è impossibile costruire una società sostenibile e creare un futuro a lungo termine senza mobilitare e coinvolgere i giovani, che ne sono la parte più creativa.

Il problema dell’occupazione è particolarmente sentito in Italia e in Europa a causa della crisi. Lo slogan di Zeri, che hai lanciato nel tuo libro Blue Economy, ipotizza 100 milioni di nuovi posti di lavoro in dieci anni.

E questo è il minimo, è il minimo! Faccio un altro esempio. Pensiamo agli scarti di macellazione. Perché noi siamo ancora carnivori, ci piace uccidere gli animali e mangiare la carne; non esprimerò un giudizio su questo anche se io sono vegetariano, se la gente vuole continuare a mangiare carne, bene. Però teniamo almeno conto del fatto che a un chilo di carne corrisponde un chilo di scarti. Cosa ne facciamo in Europa? A causa della malattia della mucca pazza li bruciamo tutti… ma ci pensa? Li bruciamo!
Mentre in Africa, nel Songhai Center di Porto Novo in Benin, e a Città del Capo, in Sudafrica, abbiamo cominciato a coltivare larve. Ossia mosche che trovano in questi scarti un terreno ideale per deporre uova da cui poi si sviluppano le larve. Queste larve mangiano tutto, in tre giorni consumano un bovino e hanno un sistema digestivo così efficiente che producono proteine pulite prive di virus o batteri che possono essere utilizzate a nutrire le quaglie, le cui uova servono poi a nutrire galline. Quindi abbiamo un alimento per quaglie e pollame creato da rifiuti animali trasformati in un prodotto composto per l’80% da proteine di buona qualità.
Ma queste larve hanno anche una saliva che può essere usata come disinfettante ed è più efficace di tintura di iodio o disinfettanti: se la metti su una ferita aperta la fa guarire più rapidamente. Non dimentichiamo che se in Africa abbiamo problemi di Aids e malaria, le persone che muoiono a causa di piccole ferite non curate sono molte di più. Noi sappiamo che (in Africa) l’assistenza sanitaria non arriva nei piccoli villaggi ma in questi posti ci sono dei macelli che producono, su piccola scala, moltissimi scarti. Dove voglio arrivare? Abbiamo calcolato che se convertissimo in proteine per alimentazione animale e disinfettante tutti gli scarti di macellazione proveniente dai macelli ufficiali in Africa produrremo tra 500.000 e un milione di posti di lavoro: solo in Africa, e solo con gli scarti di macellazione. Sono molto fiero dei due progetti che sono partiti in africa, ma sono anche frustrato, perché sarebbero potuti partirne migliaia: in Africa ci sono tremila macelli. Per non parlare dell’Europa!

Perché avviare questi progetti in Africa o in America Latina sembra più facile che farlo in Europa?

In Europa continuiamo a guardare il nostro ombelico. Siamo molto orgogliosi del nostro ombelico. Vogliamo conservare quello che abbiamo, ma non possiamo farlo: dobbiamo metterci su un percorso evolutivo, dobbiamo evolverci, cambiare, innovarci.
E la Blue Economy ci permette posti di lavoro, prodotti più economici, buone condizioni di vita, utilizzando quello che abbiamo. E spero che i politici se ne rendano conto. Ma non credo che lo faranno. Devo ammettere che, mi dispiace, non sono riuscito a convincerli.
Per questo ora la mia strategia punta a comunicare con la gente giovane, per essere certi che avremo dalla nostra la prossima comunità di imprenditori. I giovani non hanno esperienza e non hanno molti soldi: la condizione ideale per adottare innovazioni che cambieranno le regole del gioco. Noi abbiamo bisogno di cambiare le regole del gioco. Non sto parlando di un premier socialista o conservatore. Abbiamo bisogno di cambiare le regole del gioco in modo da rispondere alle esigenze fondamentali di ciascuno con ciò che abbiamo.

E’ questo interesse per i giovani che ti spinge a scrivere libri per bambini?

I bambini sono la mia passione, come padre di cinque figli sono incline a fare quello che posso per indirizzarli. Diciamo sempre che i bambini sono il futuro, ma è sbagliato: i bambini sono il presente, perché l’unico in grado di far cambiare atteggiamento al papà o alla mamma è un ragazzino o un ragazzina eloquente e motivato che vuole che le cose migliorino. Quel ragazzino che non capisce perché il papà debba consumare così tante pile, quando la balena può percorrere gli oceani dall’artico all’equatore, generando energia dal cibo per far circolare mille litri di sangue a ogni battito del cuore, e questo per ottanta anni. Quando un bambino capisce questo, non capisce perché discutiamo sull’energia nucleare, non capisce la nostra dipendenza dal petrolio, perchè questa vecchia balena si sposta per gli oceani senza bisogno di pile o energia nucleare. E sappiamo ovviamente gli adulti risponderanno che la loro è una fantasia.
Ma per superare la crisi che viviamo oggi in Europa dobbiamo imparare di nuovo a navigare tra realtà, visione e fantasia. Oggi siamo confinati in una realtà che non ci offre altro che brutte notizie. Dobbiamo ispirarci alle nostre fantasie, e usare il meglio che ci offre la scienza per trovare delle soluzioni che sono ovvie anche se non vengono considerate, allora possiamo creare nuove visioni. Il bambino non va dai genitori a chiedere come fa la mela a stare sull’albero e a farsi spiegare la legge di gravità. Quello può trovarlo su internet. Chiede come ha fatto la mela ad arrivare lì. E’ lo spirito di cui abbiamo bisogno per superare la crisi economica: fare le domande di cui non abbiamo le risposte. La scienza è lì per darci le risposte, se siamo capaci di fare le domande giuste.

E non è facile. Cambiando argomento, mi piacerebbe sapere qualcosa del Blue Economy World Summit che si terrà tra qualche mese.

Negli ultimi due anni e mezzo, dopo aver pubblicato il rapporto del club di Roma dedicato alla Blue Economy, ho realizzato un elenco di innovazioni che ho aggiornato quasi settimanalmente. Ho incontrato circa 180 innovatori, ho visto il loro entusiasmo e impegno, e ho pensato che fosse il momento di farli incontrare perché si trasmettano entusiasmo.
Ci sono una ventina di imprenditori che coltivano funghi sugli scarti del caffé e ho pensato che fosse l’ora di farli incontrare.
Voglio che la gente ascolti cosa stanno facendo e trovi ispirazione, torni a casa pensando: se l’hanno fatto a città del Messico o Berlino o in altri luoghi, lo posso fare anche io.

Creare una massa critica di creatività?

Prima di tutto eliminare la maggiore scusa che oggi esiste al mondo, l’ignoranza: dire non lo sapevo. Ora sai che è possibile. Se riusciamo a mettere insieme un migliaio di persone e presentare loro una cinquantina di esempi, credo che molti dei partecipanti creeranno altre aziende e ne parleranno con i loro amici. I giovani hanno una caratteristica meravigliosa: sono impazienti, molto. E con questa impazienza, nella situazione attuale, credo che si possa dare forma a una nuova economia di cui abbiamo tanto bisogno, perché la società come è ora non è pronta per il 21esimo secolo.

Non abbiamo scuse. Grazie per essere stato ad Ecoshow!

Grazie a voi e fatemi sapere se avete ancora bisogno di me.

Il Premio è stato istituito per invogliare le persone a scegliere i prodotti attenti all’ambiente e per incoraggiare le imprese a realizzarli. Ad attribuire il Premio a prodotti o servizi presenti in 40 categorie sarà una giuria composta da 10.000 italiani, dopo che il Comitato Scientifico avrà effettuato un primo vaglio dei prodotti e servizi candidati. Il riconoscimento è realizzato con il sostegno di mezzi di informazione, tra cui il settimanale Oggi, il summit in diretta web Ecoshow, il mensile Espansione, la tv Diva Universal.
www.premionatura.it

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